Anna Adell su In frontiera (De paseo por los limbos, 2022)

I cippi di strada e di frontiera successivi all’epoca greco-romana sarebbero stati privati di ogni funzione apotropaica. Ma supponiamo che nell’epoca medievale quelle zone-cuscinetto tra arabi e carolingi, come la «Marca Hispanica», con la sua cordigliera costellata di enormi castelli dal profilo merlato e cinti da oscuri fossati, o di abbazie mimetizzate tra fitti boschi, dovessero conservare qualcosa dell’antica sacralità attribuita alle zone intermedie. In ogni caso, la patina del tempo può dotarli di una certa taumaturgia.
I segni dei confini geopolitici sono testimoni di evasioni e assassinii, di persecuzioni e di esilio, conflitti che hanno lasciato cicatrici sulla loro dermide di pietra. Così, per esempio, la frontiera ispano-francese, con la sua collana di cippi eretti a seguito del Trattato dei Pirenei (1659), benché oggigiorno siano come denti cariati di una vecchia bocca, non smettono di secernere una forza particolare.
L’industria turistica sfrutta l’attrazione che esercitano le mugas (termine occitano per designare i cippi) organizzando percorsi di memoria storica sull’esilio repubblicano attraverso La Jonquera (il flusso migratorio del 1939 verso la Francia, dopo la vittoria dello schieramento franchista).

Altri tipi di esperienze, meno interessate a documentare e più all’indocumentabile, ci giungono dall’ambito artistico. La lunga camminata che Marco Noris realizzò nell’estate del 2017 da Andorra a Portbou, equipaggiato con attrezzatura da montanaro e arnesi da pittore, fu quasi un rito iniziatico. Impiegò un mese per percorrere a piedi trecento chilometri, attraversando valichi di frontiera, fermandosi davanti a ogni muga per realizzare un rapido schizzo a olio o a inchiostro.

Dipingeva la muga o qualche elemento dell’intorno che attirasse la sua attenzione. La somma degli schizzi risultanti avrebbe assunto l’apparenza di un inventario emotivo, sia concesso l’ossimoro, poiché non erano una fredda registrazione delle mugas ma impronte del suo stesso stato d’animo davanti a ciascuno di quei segni geopolitici. La stanchezza accumulata, le intemperie, la consapevolezza di calpestare una terra che ha causato tanto viavai… lasciano la loro impronta nel gesto, nel tratto sulla carta o sulla tela.

Noris flirtava qui con modelli anacronistici delle arti (il pleinairismo) e delle scienze (l’esplorazione naturalistica) per coinvolgere il proprio corpo con un senso quasi religioso (alla maniera di una via crucis con le sue stazioni-cippi) nell’esperienza dell’essere-frontiera, volendo connettere sentimenti antichi e recenti di sradicamento.

In frontiera (2017) costituisce un punto di svolta nel suo modo di intendere la creazione e la vita. Il camminare annullerà la distanza tra le due, scoprendo nella transumanza accenni di sacralità pagana. È curioso che il titolo della sua ultima mostra, Nel lieve sovrapporsi di cielo e terra (2020), ci suggerisca l’annodarsi di Gea e Urano di cui parlavamo in relazione agli antichi riti mediterranei concretizzati nei cippi dei confini. I suoi stessi piedi che calpestavano quei limiti territoriali erano in qualche modo uno strumento di aratura rituale, e potremmo quasi definire rotoli sibillini (oracoli delle Sibille) a uso personale i suoi fogli di carta pieni di annotazioni.

Frase dopo frase si intrecciano le narrazioni storiche per dare loro coerenza, ma le vite che si perdono nel farle avanzare mancano di qualsiasi coerenza. I fatti storici sono solo le creste di onde mosse da correnti sottostanti. Azioni rituali reinventate come proposte artistiche incanalano sinergie sempre rinnovate con quei vortici sotterranei, per quanto lontani si trovino nel tempo.

Adell, A. (2022). De paseo por los limbos (pp. 117-120). Wunderkammer. De paseo por los limbos – Anna Adell - Wunderkammer

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