Il mio unico modo di abitare un luogo è non appartenergli.
Risuona con molto di ciò che attraversa il mio lavoro: il camminare come forma di conoscenza che rinuncia al possesso, il corpo come territorio provvisorio, il paesaggio come qualcosa che si percorre ma non si rivendica.
Un luogo tra ciò a cui si anela e l’impossibile, quell’interstizio in cui non vi è né ritorno né arrivo.