Maremortum I

(In)rifugi

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Galleria aggiornata al 28 febbraio 2017

(Un)refuge

(Un)refuge

2016, oil on canvas, 60x81 cm

Mediterranean beach

Mediterranean beach

2016, oil on canvas, 33x60 cm


European tumulus

European tumulus

2016, oil on canvas, 30x30 cm

Child - (Un)refugees VII

Child - (Un)refugees VII

2015, oil on canvas, 46x36 cm

Line - (Un)refugees VI

Line - (Un)refugees VI

2015, oil on canvas, 38x61 cm

(Un)refugees IX

(Un)refugees IX

2016, oil on canvas, 100x81


(Un)refugees VIII

(Un)refugees VIII

2015/2016, oil on canvas, 100x100


Camp

Camp

Camp - 2015, oil on canvas, 100x100

Mound with Moun

Mound with Moun

2016, oil on canvas, 30x30 cm

Mounds

Mounds

2016, oil on canvas, 24 x 33 cm

Mounds (Nocturne)

Mounds (Nocturne)

2016, oil on canvas, 24 x 33 cm

Maremortum I

Maremortum I

2016, oil on canvas, 100x100 cm


Un paio d’anni fa, durante una visita al Museo dell’esilio de La Junquera, al confine tra la Spagna e la Francia, scoprì l’esistenza del Campo Joffre di Rivesaltes, un ex campo di concentramento nel sud della Francia che è stato aperto negli anni trenta del secolo scorso per alloggiare gli esiliati spagnoli durante la guerra civile. Il campo è rimasto aperto per quasi 70 anni, essendo utilizzato anche come un campo di concentramento durante l’occupazione nazista e successivamente come campo di internamento per harki algerini. La storia di Rivesaltes è una storia drammatica che attraversa tutto il ventesimo secolo e per questo si presta ad essere utilizzata come guida per una indagine sui tragici eventi della storia europea contemporanea. Rivesaltes non è solo un luogo geografico, è anche – soprattutto ora che le rovine hanno lasciato spazio alla memoria – uno spazio emozionale collettivo.

(In)rifugi nasce dalle macerie del campo, carnefice e testimone dell’orrore delle deportazioni naziste e del dramma dell’esilio di migliaia di esseri umani. La memoria di Rivesaltes è la realtà attuale dei campi che per tutto il mondo e alle porte d’Europa ospitano milioni di vite, milioni di rifugiati, milioni di drammi: le rovine del campo sono il passato che ci unisce al presente e all’attuale politica migratoria dell’Unione europea.

Nonostante ciò, questo non è un lavoro su Rivesaltes; non vuole essere una ricerca storica: qui la storia è piuttosto la guida per un viaggio nella memoria emotiva collettiva, cercando l’universalità dell’esperienza individuale, al di là d’epoche, confini o nazionalità.

(In)rifugi sono i luoghi dello sradicamento fisico ed emozionale, in cui il bisogno di protezione è accompagnato dalla sua negazione e dove la soluzione alla tragedia è solo il male minore. I campi sono (in)rifugi e certificano la perdita di dignità e di identità del rifugiato, fratturato, separato dalle sue radici, dalla sua terra, dal suo passato. Luoghi in cui la sepoltura spesso succede all’esilio. Fosse comuni, buche, tumuli, scatole, (in)rifugi simbolici, alternative ciniche alle ciniche politiche europee. E, infine, l’(in)rifugiato come condizione intrinseca dell’esiliato, dove l’impossibilità di tornare a casa è l’impossibilità assoluta e definitiva di crearne un’altra, perché lo sradicamento è un trauma irreversibile che colpisce i fondamenti stessi dell’essere umano.