A proposito di Marco Noris. Gesto, paesaggio

Testo: Tere Badia. Traduzione dallo spagnolo: Marcello Belotti

Ritraggo il paesaggio per la sua bellezza o per l’assenza di tracce umane? Ho bisogno di elevarmi o si tratta semplicemente di non cadere?
Più mi fa soffrire l’umanità, più mi delizio della natura e quanto più trascrivo l’invisibile in un linguaggio comune –io, traduttore dell’ignoto–, più in tutto ciò che è umano posso vedere il bagliore dell’infinito.
(Marco Noris in un inverno spazzato da una tramontana estiva)

Nel 2015, la sindaca di un paesino dell’isola di Tenerife fece dipingere una linea blu in una zona industriale che era sotto l’amministrazione di tre diversi comuni. L’obiettivo era quello di stabilire il limite a cui dovevano giungere le spese municipali finalizzate alla conservazione, manutenzione e pulizia solo di ciò che era strettamente proprio, esentando così chirurgicamente il suo municipio dall’occuparsi di quello spazio sì pubblico ma non di sua spettanza, che la linea marcava al di là di ogni logica di ciò che è ‘in comune’.

Tracciare una linea per fare politica. Una frontiera. Pensiamo le frontiere come confini di qualcosa, come fossero i luoghi in cui qualcosa finisce, dove qualcosa inizia. Attraverso cui i corpi si muovono tra uno spazio politico e un altro. Tra una legalità e un’altra. Un essere luogo senza essere spazio, che si costruisce in latitudine e longitudine, determinando la sua posizione sulla superficie terrestre tramite coordinate apparentemente innocue, ma in grado di condizionare –con il semplice avanzare di un piede da un lato all’altro– il soggetto che le attraversa. Il soggetto, geo-localizzato tra frontiere è, in quel non spazio, un’entità politica, non una abitante, che, nell’atto di attraversare quella linea, si suppone venga informata del suo mutamento di status: diventa migrante, rifugiata, straniera. Arrivando al porto, entrando o uscendo dall’inferno o dall’eden, secondo che sia la direzione.

Marco Noris ha esplorato con profusione quel luogo, usando modalità molto diverse: la pittura, il video, il percorrerlo a piedi. Questa è una delle scenografie da lui scelte, dove ricorrono i temi cui è più legato. Frontiere, sentieri, coste e cime dei quali coglie segnali, pietre, blocchi e bandiere in bianco, in nero, indicando qualcosa che potrebbe essere lì, ma che non appare. Linee definite dall’assenza di spazio, che acquisiscono un significato nel loro nulla, convertite in un’immagine bidimensionale che nasconde questa sparizione, eliminando da ciò che viene rappresentato –il vuoto– la terza delle dimensioni fisiche osservabili.

È in questo non spazio che Noris lascia che si dispieghi la speculazione pittorica in tutto il suo vigore, in tutta la sua potenza l’illusione di cui parla Baudrillard ne Illusione, disillusione estetiche. Il complotto dell’arte: “È necessario che ogni immagine sottragga qualcosa alla realtà del mondo: è necessario che in ogni immagine qualcosa scompaia, (…) è necessario che la scomparsa continui a vivere: questo è il segreto dell’arte e della seduzione”.

Il carattere illusionista di questi spazi vuoti nel lavoro di Noris funziona come un richiamo ai territori dell’occultamento (fosse, fossati, campi di sterminio, ma anche scoraggiamento, sconfitta e resa) dove il paesaggio smette di essere tale, per diventare un luogo di annullamento. Ma al di là della forza prestidigitatrice e fortemente seducente delle sue immagini, Noris rimarca, quando registra la scomparsa di un pezzo di immagine del mondo, l’evidenza della traccia lasciata dall’atto umano inscritto sul sistema-terra. È in fin dei conti la nostra azione –fisica, politica, emotiva– sulle delimitazioni stratificate nel tempo delle frontiere politiche e simboliche, ciò che crea non spazi di sospensione, nei quali nulla è più ciò che è stato solo un passo, un momento prima. Il lavoro di Noris è questo: un inventario dell’Antropocene, in quanto tempo umano e politico che incide sul paesaggio.

È in questo intervallo situato tra il naturale e il politico che si pongono i progetti di Marco Noris. In (In)refugios troviamo un gruppo di dipinti ispirati al vecchio campo di concentramento di Joffre de Rivesaltes, nel sud della Francia, che fu aperto negli anni ‘30 del secolo XX per ospitare gli esuli spagnoli. Tra ritratti dolorosi, individui senza volto e paesaggi con lastre di pietra, il progetto si concentra sullo sradicamento e sulla disperazione che rimane dopo che è avvenuta la tempesta della tragedia. Un lavoro nel quale la pittura è la via d’accesso a quel non luogo che occupano i sotterranei degli sradicati, e dove l’oblio cresce tra i morti.

L’artista lo spiega nel testo che accompagna Il trionfo della disfatta: “Fosse comuni, stupratori bastonati, incidenti, rifiuti e discariche; vittime della polizia, effigi abbattute, fuggiaschi e mutanti… il mio lavoro è un prontuario dello sprofondamento, un compendio di rovine materiali e morali.”. Come un insieme di annotazioni, questo progetto è un compendio di tutto ciò che tendiamo a collocare negli spazi di sospensione della storia, dove smettono di provocare dolore perché sono scartati. È un catalogo di argomenti raccolti per estrarli dall’oblio, al fine di renderli presenti e disponibili, nel caso in cui siano necessari. Annotarli, evocarli, perché l’orrore non ritorni, sembra pensare Noris, pur sapendo che ritorna sempre. Questa è il suo modo di lavorare: dozzine di annotazioni ad olio in piccolo formato che compongono un compendio di spettri umani e paesaggi, alcuni dei quali, a loro volta, saranno recuperati per adattarsi a formati più grandi.

Ma Noris non nasconde la rilevanza del dialogo tra il grande formato (il testo principale) e le note in piccolo formato (le note a piè di pagina). Il percorso espositivo che si poté vedere nella mostra individuale No era el sol del 2017 presso la Galleria Trama di Barcellona andava in questa direzione: accompagnare il visitatore con una storia accuratamente articolata in base alle tracce nel paesaggio e posizionarlo nel luogo da cui l’artista costruisce il suo corpo narrativo. Per perfezionare il contenuto, rendere le sfumature delle impressioni, evocare le vestigia e dare occasione al discorso.

Noris usa una grammatica ipertestuale. Conosce approfonditamente la programmazione HTML (HypertextHyperText Markup Language), base di tutta la programmazione web, e fonda la sua filosofia di sviluppo sull’idea del riferimento: per aggiungere un elemento esterno (immagine, video, tra gli altri), non si ricorre al codice della pagina, ma invece si include un riferimento, un link, all’ubicazione di quell’elemento. In questo modo, la pagina web contiene in realtà solo testo, mentre il compito di unire tutti gli elementi e organizzare la visualizzazione finale della pagina ricade sull’interfaccia del browser.

Questo è l’esercizio che abbiamo visto fare a Noris nell’esposizione della Trama. Ed è quello che troviamo nello studio, e poi anche nello sviluppo del suo intervento nel Paratext 7 in Hangar, Barcellona, dove questa relazione tra un corpo centrale di lavoro e le sue annotazioni sono state visualizzate come un codice di lettura aperto, che ci accompagnasse e facilitasse l’accesso al contenuto finale. In questa azione performativa, ha tracciato una mappa completa di (In)refugios disegnando sulle pareti nere dello spazio, la sua ricerca e il suo processo creativo.

Noris spiega: “Ho scelto un formato performativo che soddisfacesse le mie esigenze di divulgazione e allo stesso tempo mi permettesse di creare qualcosa che si potesse considerare un’opera in sé”. (…) la realizzazione dal vivo di una mappa mentale (…) che spiegasse le origini del progetto, i riferimenti, le scoperte, gli errori e le scelte che ho dovuto fare durante il suo sviluppo. L’uso di elementi diversi e linguaggi (video, slideshow di foto, oggetti, dipinti, disegni, fotografie, appunti, lettere, fotocopie), uniti tra loro da frecce e testi scritti sul muro, mi ha permesso di trasferire un sistema di organizzazione di contenuti ipertestuali nella realtà fisica.

Noris lavora in questo modo, con il tracciato di mappe mentali che cartografano i margini. Come tattica, l’ipertesto è la sua conseguenza immediata. E l’interfaccia è il luogo dove convivono le rive, il marchingegno tra margini che collega la persona alla storia, l’azione umana con le sue tracce nel paesaggio. Un’interfaccia che si presenta come un richiamo con cui Noris cattura i sensi dello spettatore per sedurlo, e che è al contempo una trappola aperta in cui giocherellano la costruzione del discorso intellettuale intorno allo sprofondamento dell’azione umana e l’emozione seducente del disastro. È la vittoria della sconfitta ciò che ci ammalia del progetto (In)refugios, la sublimazione del vinto, e lo spettro dell’assenza che emerge dalle tombe collassate della storia1. E per tutto questo, la scelta del linguaggio pittorico è il mezzo che Noris ritiene più appropriato per “gestire l’emozione senza trascurare l’intelletto”. La familiarità dello spettatore con il codice visuale della pittura è la manovra che Noris utilizza per catturarlo, attivando l’inganno visivo di ciò che viene rappresentato, facendo ricorso alla proiezione del sogno della realtà sulla tela.

Ma l’artista ci ripete che la pittura non è altro che una strategia, e come tale, suscettibile di essere modificata. E così Noris si addentra nella conoscenza di altri mezzi con cui continuare ad esplorare nei limiti. Nel suo progetto En frontera, realizzato nell’estate del 2017 nell’ambito di una ricerca sulla produzione artistica contemporanea dello spazio “La Capella” di Barcellona, Noris ha mappato la linea dei cippi di confine dei Pirenei. Nella ricerca di come sia stato costruito questo non luogo e di come si abiti all’interno di esso, Noris ha camminato per 25 giorni lungo l’intera frontiera franco-spagnola della municipalità di Girona, dipingendo o disegnando in corrispondenza di ciascuna delle pietre che segnano il confine. Noris fa in questo progetto il processo inverso rispetto a quello del suo lavoro precedente: questa volta non si trattava di dipingere le tracce della storia su ciò che è umano, né i segni umani sulla natura, ma di sperimentare il paesaggio nel corpo, permettendo che lasci un segno profondo nella carne. E di raccontarlo.

Il risultato della traversata è di nuovo un insieme narrativo fatto di pezzi necessari: note, brevi testi, fotografie, disegni e dipinti ad olio in cui prevale la autodisciplina (raggiungere tutti gli obiettivi prefissati e realizzare il documento programmato per ogni giorno) sui risultati immediati. Non è il piacere di chi passeggia che appare registrato, è il duello del lavoratore, la stanchezza del viaggiatore e l’impressione dell’osservatore. E anche il percorso fisico verso i confini di ciascuno di questi stati emozionali e razionali.

Il progetto assume la forma definitiva in una scrupolosa pubblicazione in cui ogni formato scelto e ogni blocco di informazioni (i dati storici e geografici, il viaggio, la descrizione e la personale riflessione sulla natura del progetto e dell’arte) trovano un loro posto. Ed è ancora nell’intreccio di quegli strati narrativi che l’intero progetto acquista significato: camminare alla fine è legato al raccontare storie.

Mentre En frontera ha seguito un percorso prestabilito e un percorso calcolato in precedenza, La entrega2, nella quale ora Noris si è imbarcato, mantiene il formato –il camminare– ma modifica la domanda iniziale: non si tratta più di mappare segni e segnali di un cammino, ma piuttosto di registrare su documenti preparati ma vuoti (fogli di dimensioni diverse piegati in forma di mappe) la traccia del corpo in movimento, il pensiero che lo accompagna e il contesto in cui si inserisce il percorso. Questa volta la sfida è il documento vuoto, le mappe da fare dirigendosi verso le cime montagnose. Forse lo accompagnano anche le domande sulle condizioni della produzione del lavoro artistico, del successo e del fallimento, del suo significato e della sua relazione con un ambiente che non è sempre abitabile. Con un’unica decisione presa in precedenza, quella del destino finale, l’obiettivo è la consegna della documentazione di dati raccolti durante il viaggio tra Barcellona e Farrera, uno dei villaggi che si trovano più in alto nei Pirenei Ilerdensi3.

Marco Noris ha lavorato sulle frontiere e sui rifugiati, su assenze e presenze, sugli scomparsi e sugli spazi vuoti nel paesaggio; sul cammino, nel cammino e nel luogo di mezzo, in cui tutto resta sospeso tra il possibile trionfo e la sicura sconfitta. Senza essere pago dei risultati ottenuti, indipendentemente dall’efficacia che hanno nell’evocare e alla qualità del lavoro manuale, pittorico e documentario, Noris inizia ogni processo con una domanda che è scaturita da quello precedente. Senza rimanere irretito nello stile o nei formati, avanza attraverso le pratiche dell’arte, invitando chiunque lo guardi a lasciarsi attraversare da immagini che pongono domande di poetica e politica. Senza intimidirci. Sebbene si possa pensare che ci porti in luoghi senza possibilità di manovra, Marco Noris lavora sempre aprendo un interstizio attraverso il quale si infiltra la condizione di possibilità che ciò che è già accaduto possa emergere, o che qualcosa, accadendo, illumini l’orizzonte. In modo che da questa crepa emergano gli istanti più fragili della condizione umana.

Tere Badia, 2018


Paratext 7

This name, Paratext, conceals a monthly programme of long and short presentations of the artists in residence in Hangar, as well as in international residences, always on Wednesdays from 7-9pm. Various artists will present specific projects or sections of their work in non-conventional formats. The sessions are open to the public to enable interaction with the artists themselves.

The next Paratext session will take place on Wednesday 11 November in Hangar (Emilia Coranty 16, 08018 Barcelona) in Sala Ricson at 7pm (map).

The artists that will be presenting their projects are Germán Portal Garbarino, Paulina Silva Hauyon and Marco Noris.

+info: https://hangar.org/es/news/paratext-no7-amb-german-portal-garbarino-paulina-silva-hauyon-marco-noris/

 

 

Finalist at VI Painting Prize Torres García – Mataró

Marco Noris with his  artwork Refugees IV has been selected as a finalist for the Torres Garcia Painting Prize 2015.
The winner will be anounced during the inauguracion, which takes place on the 11 June at 7pm at the Fundació lluro Anthenaeum, Carrer Riera 92, Mataro ( Barcelona ).
The exhibition will be open to the public until 28th July.

Mi obra ¿Qué hicieron de vos, hijo que no acabó de vivir? ¿acabó de morir? (Refugiados IV) está entre las finalistas del VI Premio de pintura Torres García 2015.

El día 11 de junio a las 19h, durante la inauguración, será proclamada/o la/el ganador/a y las/los galardonadas/os.

La exposición estará abierta hasta el 28 de julio al Ateneu de la Fundació Iluro, carrer La Riera 92, Mataró (Barcelona).

Del 11 de junio al 28 de julio.

Featured in The Wall 4 – Launch party Friday 10th April

The Wall Art Magazine will be hosting a party to launch its fourth issue at Centro de Arte Mutuo on Friday 10th April.
Myself and the other featured artists will have our artwork displayed.

Where: Centro de Arte Mutuo – Carrer Julià Portet 5, Bajos 1/2 – 08004 Barcelona (Spain)
When: Friday 10 April 2015, 7pm

The Wall 4
The Wall 4

Read The Wall 4

Recomptes @ Sicart Gallery – 21 February 2015 / 11 April 2015

The exhibition “Recomptes” moves to the Sicart Gallery. “Recomptes”, originally produced by Canem Gallery, is an exhibition about historical memory. I will participate showing some of the artworks from my project “The age of Rivesaltes“.

+ info: Sicart Gallery
+ info: Recomptes @ Cànem Gallery

Mar ARZA – Pilar BELTRAN – Vicent CARDA – Miquel GOZALBO – Isidre MANILS – Geles MIT – Marco NORIS – Cristina PERELLO – Pepa L. POQUET – Ester PEGUEROLES – Vicente TIRADO DEL OLMO – Maria ZARRAGA

21 february 2015 – 24 March 11 April 2015

(UPDATE) New closing date:  11 April 2015

Galeria Sicart – C/ de la Font, 44 – 08720 Vilafranca del Penedès (Barcelona, Spain) – Tel. 0034 93 818 03 65 – 0034 629 237 560 – galeriasicart@galeriasicart.com – www.galeriasicart.com

+ info: Sicart Gallery
+ info: Recomptes @ Cànem Gallery

Recomptes @ Cànem Gallery – 19 december 2014

I’m proud to announce my participation in “Recomptes” an exhibition about historical memory organized by Cànem Gallery (Castellón, Spain) in collaboration with GRMHC (Group for the Research of the Historical Memory of Castellón). I will participate showing some of the artworks from my project “The age of Rivesaltes“.

Mar ARZA – Pilar BELTRAN – Vicent CARDA – Miquel GOZALBO – Isidre MANILS – Geles MIT – Marco NORIS – Cristina PERELLO – Pepa L. . POQUET – Ester PEGUEROLES – Vicente TIRADO DEL OLMO – Maria ZARRAGA

 19 December 2014 – 10 February 2015

Galeria Cànem – Antonio Maura, 6 – 12001 Castelló de la Plana (Spain) – Tel. 0034 964228879 – 0034 670369847 – canem@gri.es – www.galeriacanem.com

Recomptes – Invitation

[ENG]

The Grup per la Recerca Historica de Castelló (Group for the Research of the Historical Memory of Castellón) (GRMHC) aims to convey new cultural information of a historical nature in order to increase awareness in society.

The Universal Declaration of Human Rights that protects victims from violations of these rights and fights against perpetrators’ impunity endorses this cause.

Galería Cànem joins the effort from an aesthetic point of view, using a different language, that of art, in an attempt to work together to repair the injustice.

The “account” takes the place of the “story”. Until now, the official message, the story, skirted the issue, diluting it, denying it in order to forget, hiding and erasing, imposing forgetfulness on memory. Now, we are recovering images to revive memory. Helping to recount that which has started but not yet finished, we pay tribute to the victims of reprisal. Recovering Historical Memory, we regain democratic memory in agreement with the ethical, political and ideological values and cross the bridge between deeds to recuperate and the victims and their descendants.

We are talking about people who lived in times of great drama and we now know they are part of a lost unity.
Today, that past is the result of the reconstruction by a support group through which we know the experience that becomes a memory, being aware that in order to alleviate the feeling of loss, we only can retain its image. That way, its recollection becomes an archive to keep the victims’ memories alive.

The GRMHC has support material such as articles, research, documents, archives, field research, human remains, and so on. Now the moment has come to add an artistic commitment with images of visual poetry, that which cannot cannot be said, and to talk about the secret and sacred.

The artists showing their images and vision of conflict are Mar ARZA, Pilar BELTRÁN, Vicent CARDA, Miquel GOZALBO, Isidre MANILS Geles MIT, Marco NORIS, Ester PEGUEROLES, Cristina PERELLÓ, Pepa l. POQUET, Vicente TIRADO DEL OLMO and Maria ZARRAGA.

There is an alpha and omega that span the show in the same way as other people’s death, their remembrance, makes us become familiar with our own death. In reconstructing the past, we think about identity.

Miquel Gozalbo, with a small iron sculpture representing a bomb, shows the emergence of war.

Isidre Manils’ drawing of a skull (vanitas) is the omega, the end of the story and cause of the “account”.

In the middle of “compressed memory”, Mar Arza exhibits an everyday object, a photo frame, the origin that gently bursts, disintegrating forgetfulness, deception, concealment, and shame. “What should be “a recovered urn of life” cannot be left as mud, ashes and fossils” she says.

In the end, it could be, as the Iranian Shar Selijami writes, that “time does not heal wounds, does not even help recuperate tears. When there is pain, time is nothing but a failed attempt to forget.”

Facing the big monuments lauding lies, small but great works open the doors to life.
…And facing the oblivion the images.
Facing the lack of sensitivity, the art.

That is how Galería Cànem expresses it with this exhibition that is yours.

Recomptes – Invitation

[ESP]

El Grup de Recerca de la Memoria Histórica de Castelló (GRMHC) trabaja con el objetivo de transmitir a la sociedad una información cultural nueva de carácter histórico, con un propósito de divulgación y sensibilización.

La Declaración de los Derechos Humanos y los Principios de Derecho Internacional que amparan a las víctimas de las violencias de estos derechos así como la lucha contra la impunidad, avalan esta causa.

La Galería Cànem se añade a la misma desde un punto de vista plástico, estético, con la intención, utilizando un lenguaje diferente, el del arte, de ayudar a reparar, juntos, las injusticias.

Frente al “cuento” el “Contaje”. Hasta ahora el discurso oficial, el relato, era divagar, diluir, negar para olvidar, para ocultar, para borrar, imponer, la des-memoria frente a la memoria. Ahora recontamos imágenes para iluminar la memoria. Ayudando al Recuento iniciado e inacabado; reparamos a las víctimas y represaliados. Recuperando la Memoria Histórica recuperamos la memoria democrática de acuerdo con valores éticos, políticos e ideológicos, hacemos puente entre los hechos por recuperar y las víctimas y sus descendientes.

Porque hablamos de personas que vivieron dramáticamente su época, y ahora los sabemos parte de una unidad perdida.
A estas alturas ese pasado “son” construcción de un colectivo, solidario, y que con ellos experimentamos las vivencias que se convierte en memoria, conscientes de que para atenuar el sentimiento de pérdida sólo podemos almacenar el recuerdo, así la memoria se convierte en un archivo para mantener vivo el recuerdo de las víctimas.

Si el “GRMHC” se expresa con articulos, pensamientos, investigaciones, documentos, archivos, trabajos de campo, restos humanos… ahora es el momento del arte, del compromíso estético. Estas imágenes, poesía visual, es decir lo que no se puede decir, existe para hablar de aquello, oculto, sagrado…

… MAR ARZA, PILAR BELTRÁN, VICENTE CARDA, MIQUEL GOZALBO, ISIDRO MANILS, Geles MIT, MARCO NORIS, ESTER PEGUEROLES , CRISTINA PERELLÓ, PEPA L. POQUET, VICENTE TIRADO DEL OLMO y MARIA ZARRAGA, son quienes ponen lasimágenes, su visión del conflicto.

Hay un alfa y un omega que abarca la muestra, de la misma manera que la muerte de los demás, su memoria, nos familiariza con nuestra propia muerte. Reconstruyendo el pasado pensamos la identidad.

Miquel Gozalbo con una pequeña escultura de hierro que quiere representar una bomba, manifiesta la eclosión bélica.

Isidre Manils con el dibujo de una calavera (vanitas) es el omega, como un punto final del cuento y motivo del “contaje”
En medio la “memoria comprimida” Mar Arza presenta un objeto cotidiano: un portarretratos , el punto cero que estalla deshaciendo, con sensibilidad, la desmemoria, el engaño, la ocultación, la vergüenza … y como ella dice: “ que no se quede en barro, ceniza, fosil … lo que debería ser ” una urna de la vida recuperada”

Puede ser al final como escribe la iraní Sahar Selijami: “El tiempo no cura las heridas, ni siquiera hace recuperar las lágrimas. Cuando se trata de dolor, el tiempo no es sino un intento fallido de olvilvidar.

Frente a los grandes monumentos que alaban las mentiras, las pequeñas grandes obras que abren las puertas a la vida .
…Y frente al olvido las imagenes.
Frente a la inxensibilidad, el arte.

Así lo decimos en la Galería Cànem con esta muestra que es vuestra.

Recomptes – Invitacion

[CAT]

El Grup per la Recerca de la Memòria Històrica de Castelló (GRMHC) treballa amb l’objectiu de transmetre a la societat una informació cultural nova de caràcter històric, amb un propòsit de divulgació i sensibilització.

La Declaració dels Drets Humans i els Principis de Dret Internacional que emparen les víctimes de les violències d’aquests drets així com la lluita contra la impunitat, avalen aquesta causa.

La Galeria Cànem s’afegeix a la mateixa des d’un punt de vista plàstic, estètic, amb la intenció , tot utilitzant un llenguatge diferent, el de l´art, per ajudar a reparar plegats, les injustícies.

Front al “conte” el “Recompte”. Fins ara el discurs oficial, el relat, era divagar-diluir, negar per oblidar, l’ocultar per borrar-imposar, la desmemòria front a la memòria. Ara recomptem imatges per il·luminar la memòria. Ajudant al Recompte iniciat e inacabat; reparem a les víctimes i represaliats. Recuperant la Memòria Històrica recuperem la memòria democràtica d’acord amb valors ètics, polítics i ideològics, fent pont entre els fets per recuperar i les víctimes i els seus descendents.

…Perquè parlem de persones que visqueren dramàticament la seua època, i ara els sabem part d’una unitat perduda…
A hores d’ara aquell passat “son” construcció d’un col·lectiu, solidari, i que amb ells experimentem les vivències que esdevenen memòria, conscients que per atenuar el sentiment de pèrdua només podem emmagatzemar el record, així la memòria esdevé un arxiu per mantenir viu el record de les víctimes.

Si el “GRMHC” s’expressaa amb articuls, pensaments,investigacionss, documents, arxius, treballs de camp, restes humanes… ara es l’hora de l’art, del compromíss estètic. Aquestes imatges, poesia visual, és per dir el que no es pot dir . Existeix per parlar d’alló ocult, secret, sagrat…

…MAR ARZA, PILAR BELTRÁN, VICENT CARDA, MIQUEL GOZALBO, ISIDRE MANILS, GELES MIT, MARCO NORIS, ESTER PEGUEROLES, CRISTINA PERELLÓ, PEPA L. POQUET, VICENTE TIRADO DEL OLMO i MARIA ZARRAGA. Son qui pose les imatges, la seua visió del conflicte.

Hi ha un alfa i un omega que abraça la mostra, de la mateixa manera que la mort dels altres, la seua memòria, ens familiaritza amb la nostra pròpia mort. Tot reconstruint el passat pensem la identitat.

Miquel Gozalbo amb una xicoteta escultura de ferro vol representar una bomba, manifestant l’eclosió bèl·lica.
Isidre Manils amb el dibuix d’una calavera (vanitas) és l’omega, com un punt final del conte i motiu del “Recompte”.
Entremig la “memòria comprimida” Mar Arza presenta un objecte quotidia: un portarretrats, el punt zero que esclata desfent, amb sensibilitat , la desmemoria, l’engany, l’ocultació, la vergonya… i com ella diu: que no es quede en fang, cendra, fosil… lo que hauria de ser “una urna de la vida recuperada”.

Pot ser al remat com escriu la iraní Sahar Selijami: “ El temps no cura les ferides, ni tan sols fa recuperar les llàgrimes. Quan es tracta de dolor, el temps no es sinó un intent fallid d’oblidar”.

Front als grans monuments que lloen les mentides, les xicotetes grans obres que obren les portes a la vida.
… i front a l’oblid les imatges.
Front a la insensibilitat l’art.

Així ho diem a la Galeria Cànem amb aquesta mostra que és vostra.

Recomptes – Invitació

Anual 2014 de La Escocesa: El Gabinete del Dr. Frankenstein @ Espai M – 18/12/2014

Como viene siendo habitual, a finales de año La escocesa organiza una muestra colectiva con obras recientes realizadas por los artistas residentes en el centro de producción. En esta edición la muestra presenta esas obras acompañadas con parte del material preparatorio, de forma que la sala de exposiciones se transforma en una suerte de tallerFrankenstein, una escenificación de los procesos de trabajo que han convivido durante el año en la vieja fábrica.

ARTISTAS PARTICIPANTES

Ótica, Louis-Pierre Bovin, Ricard Casabayo, Paul Daly, David Franklin, Stefanie Herr, S. J. Hockett, Llapispanc, Idoia Montón, Marco Noris, Rina Ota, Alberto Peral, Gerard Rubio, Juan Francisco Segura Martinez, Michael Swaney, Xavier Vilagut, Tamara Zaitseva.

Amb la presentació de “Por amor al arte” de l’artista Nevenka Pavic. Exposición coordinada por Amanda Cuesta.

[Inauguración jueves 18 de diciembre de 19:00 a 22:30h]

ACTUACIONES EN DIRECTO

La inauguración contará con las actuaciones de:

– Gúdar y Dj. DaveeTee

[ENTRADA GRATUITA]

 

[FECHAS APERTURA DE LA EXPOSICIÓN] 

Jueves 18 de Diciembre de 2014
De 19:00 a 22:30h
Viernes 19 de Diciembre de 2014
De 17:00 a 20:00h

[La Escocesa, Centre de Creació]

C/ de Pere IV 345, Barcelona
Metro L4 Selva de Mar / L2 Bac de Roda

+ INFO

 Flyer Anual 2014 @ La Escocesa

 http://www.laescocesa.org/es/eventos/expo-anual-2014-de-la-escocesa-el-gabinete-del-dr-frankenstein-espai-m-1812

Marco Noris, lugares sin lugar

Entre la utopía y la heterotopía navega también la obra de Noris, siendo remote locations ejemplo de lo primero, imágenes que nos remiten a espejismos por la esencia esquiva de esas formas siempre formándose, nunca completándose. 

En ocasión de la subasta de mis obras en Setdart Subastas, ha salido un buen artículo de Anna Adell sobre mi obra abstracta: Marco Noris, lugares sin lugar
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